Alle origini della Nato, la strategia segreta

Di seguito proponiamo stralci di un pezzo tramite il quale Sergio Romano su Limes di dicembre 2019 presenta un documento molto importante per capire le origini della Nato. Ma non solo. Il tema è così denso di significati da toccare altri temi, quali il significato di quella che diventerà Unione Europea, i motivi della nascita di questa e della Nato, in funzione anticomunista, la decolonizzazione sostituita da una colonizzazione più raffinata a guida Usa.

Nel dicembre del 1947 Ernest Bevin, ministro degli Esteri britannico, prese spunto dal fallimento delle ultime conversazioni ministeriali con i sovietici per sollevare con il segretario di Stato americano, George Marshall, la prospettiva di un’«intesa sostenuta dalla potenza, dal denaro e da un’azione risoluta» per proteggere la sicurezza dell’Europa occidentale dalla minaccia dell’Urss. Wilson D. Miscamble, autore di un recente studio su George F. Kennan e la politica estera americana dal 1947 al 1950, sottolinea che Bevin parlò agli americani di understanding (intesa), non di alleanza. Ma dopo quel primo cenno si mise alacremente al lavoro per creare le condizioni di un patto militare europeo di cui avrebbero fatto parte, con la Gran Bretagna e la Francia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. Il 17 marzo 1948 i cinque paesi firmarono a Bruxelles il Trattato dell’Unione Europea. È probabile che l’America, nel disegno originale di Bevin, dovesse assumere, senza impegni formali, la parte del protettore e del garante. Ma la sua conversazione con Marshall suscitò l’interesse del dipartimento di Stato e in particolare di John D. Hickerson, capo della divisione degli Affari europei, che intravide immediatamente nel cenno di Bevin le grandi linee di un’alleanza regionale estesa alle due coste dell’Atlantico. «Non m’interessa», disse in quei giorni a un suo collaboratore, «che il “groviglio delle alleanze” (“entangling alliances”) sia stato considerato, da George Washington in poi, peggio del peccato originale.

Dobbiamo negoziare un’alleanza militare con l’Europa occidentale in tempo dipace e dobbiamo farlo rapidamente».

Le idee di Hickerson si scontrarono con quelle di Kennan, direttore del Policy Planning Staff. Dal giorno del febbraio 1946 in cui aveva inviato al dipartimento di Stato un lungo telegramma sugli obiettivi della politica dell’Urss, Kennan andava ripetendo al segretario di Stato e ai maggiori esponenti dell’amministrazione che la minaccia sovietica era politica, non militare, e che ben difficilmente Mosca avrebbe corso il rischio d’una guerra. Un’alleanza militare gli appariva quindi inutile e pericolosa. Avrebbe bruscamente peggiorato il clima internazionale, «militarizzato» i rapporti con l’Urss, coinvolto gli Stati Uniti in una rischiosa strategia globale. Ne nacquero due negoziati: il primo fra l’America e i suoi maggiori alleati europei per esplorare la possibilità di un trattato, il secondo fra Kennan e gli esponenti dell’amministrazione che Hickerson era riuscito a trarre dalla sua parte.

Dopo il colpo di Praga del 25 febbraio 1948 e l’inizio del blocco di Berlinonel giugno dello stesso anno, Kennan fu costretto a fare una battaglia di retroguardia. Accettò il principio del trattato, ma cercò di limitarne l’estensione territoriale opponendosi all’ingresso dell’Italia. Vi sarebbe riuscito, probabilmente, se i francesi non avessero gettato tutto il loro peso sul piatto della bilancia. Volevano che l’Alleanza difendesse l’Algeria e avesse quindi una precisa dimensione mediterranea: se l’America non avesse accettato l’Italia, la Francia dal canto suo si sarebbe opposta alla partecipazione della Norvegia. Truman, a malincuore, decise di evitare un litigio con la Francia.

Il 4 aprile 1949 nacque a Washington, nella sede del dipartimento di Stato, il Trattato dell’Atlantico del Nord. Lo firmarono i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Italia, Portogallo, Danimarca, Islanda, Norvegia, Stati Uniti e Canada.

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[La panoramica che esce fuori da questo dibattito] È il disegno di una Grosse Politik, è il «manifesto» di una grande potenza che entra, armata di tutto punto, in quella ideale «cancelleria» della storia in cui sono seduti i maggiori architetti della società internazionale. Le idee di Kennan e il dibattito che ha agitato l’amministrazione nei mesi precedenti hanno lasciato un segno. Truman accetta di rovesciare, per la prima volta in tempo di pace, la politica di Washington, ma condivide in parte le analisi del direttore del Policy Planning Staff. Come Kennan, anche il presidente e il segretario di Stato non credono infatti che l’Urss voglia, per il momento, ricorrere alle armi e non pensano che la risposta dell’Occidente alla minaccia sovietica debba essere prevalentemente militare. Truman, in particolare, ricorda ai suoi interlocutori che l’opinione pubblica e il Congresso degli Stati Uniti si opporrebbero a un «vasto programma di riarmo» e ai controlli economici necessari per realizzarlo.

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Come è pensata l’organizzazione della Nato?«Per ragioni di sicurezza e anche per altre ragioni», continua Johnson, il comando dovrà spettare alle maggiori potenze: Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Occorre che ogni alleato accetti di fare la sua parte nell’ambito di una distribuzione dei compiti che fissa una volta per tutte la gerarchia del potere: agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna la fotta per il controllo dei mari, agli Stati Uniti e «in una certa misura» alla Gran Bretagna i bombardieri strategici, alla Gran Bretagna e ad altri paesi le forze aeree tattiche, alla Francia e agli altri paesi continentali le forze terrestri.

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L’esplosione della prima bomba atomica sovietica nei mesi seguenti, la guerra di Corea e quella del Vietnam modificarono la percezione della minaccia e indussero gli americani ad abbandonare una parte del programma iniziale per assumere maggiori impegni anche nel campo delle forze terrestri. Nel giro di qualche anno divennero anch’essi, contrariamente ai loro desideri, la fanteria dell’Alleanza, e più tardi, dopo l’avvento di de Gaulle al potere in Francia, dovettero constatare che non tutti i paesi erano disposti ad accettare la gerarchia descritta da Johnson nell’aprile del 1949. Ma i principi illustrati in occasione di quell’incontro divennero da allora la «filosofia» della Nato e ne ispirarono le strutture.

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Kennan era contrario all’alleanza militare perché fermamente persuaso che avrebbe militarizzato i rapporti politici e imposto, in ogni circostanza, la propria logica. Era consapevole della minaccia sovietica, ma sognava un concerto di potenze in cui le medie e piccole potenze continentali dell’Europa occidentale avrebbero rappresentato una zona intermedia fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

Quando venne in discussione il futuro della Germania, nel corso del 1948,propose la riunificazione, il ritiro degli occupanti al di là dei confini e la neutralità del nuovo Stato tedesco. Per il Giappone avanzò proposte analoghe: alla fine di una missione, nel marzo del 1948, sostenne che gli Stati Uniti dovevano promuovere lo sviluppo economico del paese occupato, ma non avevano interesse a farne una pedina militare per il contenimento della minaccia sovietica. In ambedue i casi l’amministrazione accolse una parte delle proposte di Kennan – quelle relative alla riabilitazione economica – ma respinse la sostanza della sua analisi. Il primo dei quattro grandi temi sollevati da Acheson dopo l’esposizione introduttiva di Truman concerne per l’appunto la parte che Germania e Giappone dovranno sostenere nell’ambito della difesa comune. È la Germania, naturalmente, il problema più scottante e controverso. Il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, solleva riserve, ricorda che il suo paese ha subìto dal 1870 tre invasioni tedesche, dichiara che la neutralizzazione perpetua della Germania gli sembra la soluzione ideale, è convinto che su tale prospettiva anche l’Urss finirebbe per essere d’accordo.

Bevin, dal canto suo, accetta un’impostazione realistica del problema tedesco,ma sostiene la necessità di «socializzare» l’economia delle tre zone occidentali perché soltanto la socializzazione «garantirà il necessario sostegno democratico del popolo, in particolare dei sindacati». E aggiunge bruscamente che il governo britannico, comunque, è «ben poco interessato alla rinascita della competizione commerciale tedesca». Più tardi, quando la conversazione passa dalla Germania al Giappone, esprime le stesse preoccupazioni e afferma di rappresentare con tali parole anche le esigenze dei Dominions.

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La Francia ha paura della potenza militare tedesca mentre la Gran Bretagna, protetta dalla Manica, pensa soprattutto alla sorte delle proprie imprese; i britannici non rinunciano a rivendicare la leadership del Commonwealth mentre l’Olanda non intende abbandonare l’Indonesia;

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Ma Acheson riprende la parola sul problema tedesco e dice d’essere convinto che la lotta contro il comunismo, in Germania, si combatte con le armi dello sviluppo economico e della prosperità. Se vogliamo evitare che la classe dirigente tedesca ceda nuovamente a tentazioni scioviniste, continua, non vi è che un mezzo: integrare la Germania nell’Europa occidentale, dare alla sua rinascita un senso europeo. Sa che il progetto per la costituzione degli «Stati Uniti d’Europa» è prematuro, ma sostiene che i popoli sono «più avanti dei leader».

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Il ministro degli Esteri inglese si difende con argomenti che conservano tuttora in Gran Bretagna una certa efficacia. Non siamo una nazione continentale, sostiene, dobbiamo badare al Commonwealth e abbiamo verso il continente un atteggiamento simile a quello degli Stati Uniti.

La «difesa» suscita una maliziosa uscita di Schuman: preferireste forse aspettare che i comunisti abbiano «stabilizzato» l’Europa occidentale?

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Il cenno di Stikker alle preoccupazioni dell’Olanda per la penetrazione commerciale giapponese in Indonesia inducono Acheson a sollevare un altro dei grandi temi preannunciati da Truman: la decolonizzazione.Gli Stati Uniti ritengono che le vecchie potenze coloniali dovrebbero favorire l’indipendenza dei loro possedimenti ed evitare in tal modo che il nazionalismo indigeno divenga strumento della politica estera sovietica. Ancora una volta il segretario di Stato non esita a fare esempi e a dire con franchezza quali siano a suo avviso i pae si che danno prova di maggiore miopia politica. Sono l’Olanda e la Francia, impegnate a reprimere le rivolte anticolonialiste di Sukarno e Ho Chi- Minh. Stikker replica che gli insorti sono comunisti e che l’Olanda ha bisogno, per la sua ricostruzione, delle risorse indonesiane; aggiunge di temere che «gli Stati Uniti subentrino agli interessi olandesi nelle Indie per lo sfruttamento della ricchezza economica dell’area».

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Il disegno è completo: occorre rinunciare alle colonie per prevenire fenomeni nazionalcomunisti, per concentrare le proprie forze in Europa, per creare sviluppo e prosperità. Si legge dietro questa strategia, naturalmente, la convinzione che l’indipendenza, la democrazia e la libertà dei traffici sono gli ingredienti necessari e sufficienti di un mondo migliore.

[Un mondo a guida Usa.]

Stralci da “Sergio ROMANO – Aprile 1949: l’isolazionismo rovesciatoLA STRATEGIA SEGRETA DELLA NATO” Limes, dicembre 2019

Gvinness

Fondatore del Britney National Party

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